Sbagliando si impara?

Esplorando la forza dei nostri errori quotidiani

Che cos’è un errore?

Molti potrebbero rispondere “qualcosa di sbagliato”, “una deviazione dalla norma”, “ciò che non è giusto o buono, eticamente o socialmente sconveniente”, “una colpa”, “qualcosa che non va bene e deve essere punito”, …

Recentemente con un gruppo di manager in formazione mi è capitato di citare un libro che lessi diverso tempo fa: “L’ornitorinco sulla scrivania. Elogio dell’errore in azienda”, (https://www.este.it/editoria/libri/view/66:l-ornitorinco-sulla-scrivania.html). È un libro che consiglio a tutti: leggero nella lettura, ma estremamente ricco di significati, di spunti utili e applicabili non solo nella vita aziendale, ma anche in quella personale e familiare.

Il libro parte dall’assunto che l’errore è sempre presente, anche in forma latente, in ogni nostra azione ed in ogni ambito della nostra vita. È connaturato poiché “semplicemente” può essere considerato come uno dei tanti possibili modi di risolvere un problema o una situazione che ci si presenta di fronte. L’errore si presenta come una deviazione dallo standard, dalle aspettative. Ovviamente non tutti gli errori sono uguali: alcuni vengono commessi per negligenza, pigrizia, disinteresse, altri vengono commessi in buona fede cercando di risolvere un problema. Il libro si concentra su questi ultimi definendoli “errori buoni” carichi di potenzialità e portatori di possibile valore aggiunto. Io, da counselor, ma anche da consulente e formatrice, spenderei un po’ di tempo per esplorare anche la prima tipologia di errori, quelli definiti “cattivi”, chiedendomi che cosa genera quella negligenza, pigrizia o disinteresse e come poter intervenire per ridurne la presenza e l’influenza negativa. 

Di seguito alcune riflessioni relative al concetto di “errore” che spero possano fungere da stimolo per fare in modo che ciò che viviamo etichettandolo come “sbagliato” possa, attraverso nuove modalità di lettura, acquisire sfaccettature differenti, portatrici di nuovi significati, di nuovi apprendimenti e, forse ambiziosamente, di nuove vie per migliorare e sviluppare se stessi.

  1. È molto più facile sbagliare che fare la cosa giusta. In uno dei metaloghi che anticipano il testo “Verso un’ecologia della mente” Gregory Bateson, ragionando con la figlia in merito alla domanda “Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?”, evidenzia qualcosa di interessante che possiede molte analogie con il tema dell’errore. Una citazione in particolare apre la strada ad una visione differente del disordine: “se ‘ordinato’ vuoi dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…”. Così come il concetto di “ordine” in questa citazione appare soggettivo e definito individualmente, analogamente, potremmo considerare allo stesso modo il concetto di “giusto”: ciò che noi consideriamo giusto corrisponde a ciò che rappresenta le nostre aspettative. Proprio per questo motivo, statisticamente ha meno probabilità di verificarsi poiché prevede un accordo e uno sforzo di co-costruzione. Richiede la condivisione di significati e di modalità di messa in opera, richiede sforzi e feedback di allineamento. Ciò nonostante, non riduce la probabilità che l’errore si verifichi proprio perché la discrezionalità che nasce dalle percezioni individuali statisticamente ha un’influenza molto elevata.
  2. L’errore è il risultato di un processo decisionale. Ciò che noi definiamo come “errore” è la fase conclusiva di un processo decisionale, più o meno consapevole, che parte dall’analisi di una situazione problematica, prende in considerazione le possibili soluzioni e, attraverso un’indagine di fattibilità, porta alla scelta della risposta e all’azione risolutiva. La scelta spesso si basa su un bagaglio di esperienze, assunti, valori e azioni che in passato hanno dimostrato in occasioni simili di essere risolutivi. Per comprendere l’origine di un “errore” e ridurre le probabilità che esso si verifichi è necessario indagare il processo decisionale che ha portato a quella specifica modalità intrapresa, a quella scelta. Se ci lasciassimo incuriosire da quest’indagine potremmo scoprire molto di noi e dell’altro, delle modalità con cui agiamo e “mettere nel cassetto” ciò che di buono potremmo individuare, apprendendo nuove modalità di approcciare le situazioni che affrontiamo.
  3. L’errore rappresenta la diversità. L’arricchimento personale di cui abbiamo parlato nel punto precedente può nascere anche dall’imparare a riconoscere che, soluzioni che si discostano dalle nostre aspettative e che spesso siamo portati a giudicare come “sbagliate”, siano frutto di una diversità di esperienze, valori, culture, emozioni e bisogni di cui l’altro è portatore. Accettare e legittimare questa diversità potrebbe spaventare poiché richiede uno sforzo di apertura verso qualcosa che è altro da noi: ci richiede di esplorare uno spazio al di fuori della nostra comfort zone. Il valore aggiunto di questa sfida è racchiuso nelle potenzialità di crescita e sviluppo personale e professionale che lo sguardo dell’altro ci può offrire facendoci accedere a nuove possibilità di approcciarci alle situazioni che viviamo quotidianamente. Quello che giudichiamo come un errore dell’altro potrebbe racchiudere in sé tutta la ricchezza della diversità di cui l’altro è portatore.
  4. L’errore non è la persona che lo commette. La ricerca del colpevole è ciò che appassiona spesso molte persone e organizzazioni, ne abbiamo parlato anche nell’articolo https://www.cm-consulenza.com/blog/2021/03/22/di-chi-e-la-colpa/. Chi commette un errore spesso viene additato ed etichettato come colpevole e altrettanto spesso rischia di portarsi lo stigma con sé per molto tempo, annebbiando anche ciò che di “giusto” è stato fatto fino a quel momento. Forse dovremmo imparare a valorizzare di più, dentro e fuori dalle organizzazioni, ciò che soddisfa le nostre aspettative, non classificandolo come qualcosa di “normale”, ma incentivandolo e sostenendo le buone prassi. Questo non significa non prendere in considerazione l’errore, ma sfruttarlo come spunto di riflessione e di miglioramento, evitando di giudicare e valutare negativamente l’errore e chi l’ha commesso, proprio perché, rifacendomi al primo punto trattato, statisticamente è molto più facile commettere errori che non commetterne.
  5. Cosa fare degli “errori cattivi”? Negligenza, pigrizia, malafede, disinteresse potrebbero contribuire a generare errori portatori di danni rilevanti, soprattutto all’interno delle realtà aziendali: i cosiddetti errori negativi o “cattivi”, citando il libro. Cosa fare per intervenire? In questi casi è importante agire contemporaneamente su due fronti differenti: il primo è il fronte dell’errore, l’altro il fronte della persona. L’errore che genera un danno deve essere corretto riducendone le potenzialità dannose, ma anche analizzato e compreso aprendo uno spazio di riflessione su cosa l’ha generato. Qui entra in gioco la persona che l’ha commesso, che per prima ci può aiutare a individuare le situazioni che l’hanno portata ad agire in quel modo. Il rischio è quello di sconfinare nel terreno scivoloso del giudizio e della punizione. Sarebbe, invece, utile provare a indagare le motivazioni implicite di quel comportamento, attivando un percorso di ascolto e di supporto che possa consentire alla persona di ritrovare la motivazione e gli stimoli giusti per riuscire a dare il meglio di sé.

E tu? Quali esperienze hai avuto con errori “buoni” o “cattivi” generati da te o da altri?

Se hai voglia di raccontarci le tue esperienze, scrivile nei commenti oppure a info@cm-consulenza.com, ci faremo carico di trasformarle in un futuro articolo o in una PMQ, affinché la tua storia, che proteggeremo garantendoti la massima riservatezza e tutela della privacy, possa diventare uno strumento utile per tutti.

Se invece senti il bisogno di un supporto, scrivici a info@cm-consulenza.com, potremo proporti diversi percorsi di approfondimento e sviluppo.

A presto!

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